Revenant – Redivivo di Alejandro González Iñárritu
giovedì 3 marzo ore 21,15

The danish girl di Tom Hooper
sabato 5 marzo ore 21,15
domenica 6 marzo ore 16,30-18,30-21,15
lunedì 7 marzo ore 21,15

Frammenti di festival – Cinema Ritrovato
Il grande dittatore di Charles S. Chaplin –edizione restaurata
sabato 5 marzo ore 17,30
Proiezione accompagnata dall’intervento di Filippo La Porta: LA GINESTRA DI CHAPLIN
Ingresso unico € 5,00

Il Cinema Margherita di Cupra Marittima da giovedì 3 a lunedì 7 marzo propone:

  • Revenant – Redivivo di Alejandro González Iñárritu, con Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Domhnall Gleeson, Will Poulter, Forrest Goodluck. l film si è aggiudicato 3Golden Globes 2016 su 4 nomination, e 3 Premi Oscar 2016 su 12 candidature ottenute, incluso il premio come “Miglior attore protagonista” a Leonardo DiCaprio
  • The danish girl di Tom Hooper, con Eddie Redmayne, Amber Heard, Alicia Vikander, Matthias Schoenaerts, Adrian Schiller. Il film è stato presentato in concorso al Festival di Venezia 2015.

Frammenti di festival – Cinema Ritrovato
Il grande dittatore di Charles S. Chaplin – edizione restaurata
La proiezione sarà accompagnata dall’intervento di Filippo La Porta intitolato LA GINESTRA DI CHAPLIN
Il grande dittatore con Jack Oakie, Charles Chaplin, Paulette Goddard, Henry Daniell, Reginald Gardiner. Il film è uno dei più celebri della storia del cinema, rappresenta una forte parodia del nazismo e prende di mira direttamente Adolf Hitler e il movimento nazista tedesco. Cinema Rotrovato propone il film restaurato e passato al formato digitale.
Ingresso unico € 5,00

Frammenti di festival – Speciale Festa della donna
Joy di David O. Russell, con Jennifer Lawrence, Robert De Niro, Bradley Cooper, Edgar Ramirez, Diane Ladd. Il film ha vinto il Golden Globe 2016 per la Miglior attrice protagonista, ha ottenuto la stessa nomination anche ai Premi Oscar 2016
Ingresso unico € 5,00

Revenant – Redivivo: Tratto da una storia vera, REVENANT – REDIVIVO racconta l’epica avventura di un uomo che cerca di sopravvivere grazie alla straordinaria forza del proprio spirito. In una spedizione nelle terre vergini americane, l’esploratore Hugh Glass (Leonardo Di Caprio) viene attaccato da un orso e abbandonato, in fin di vita, dai propri compagni. Riuscirà a sopravvivere sopportando indicibili sofferenze, perdite e dolori personali: un viaggio fisico e spirituale mosso da un amore ormai lontano e dal desiderio di fare giustizia. (www.trovacinema.it)

“Inarritu prende in carico il progetto che in prima battuta doveva essere di John Hillcoat e mette in scena un film quasi essenziale rispetto all’arabesco formale e narrativo che è stato spesso la bandiera del suo cinema: un film che ha la pretesa di affondare il coltello (e sono tanti gli affondi di lama) niente meno che nell’essenza, appunto, della natura dell’uomo.
L’universo di Revenant – Redivivo è un universo manicheo: c’è la neve che gela e c’è il fuoco che scalda; c’è il rispetto della parola data e c’è il tradimento; infine, e soprattutto, ci sono due idee di uomo: quella incarnata da Glass, cui fanno da specchio altre figure, più attutite, e quella rappresentata da Fitzgerald, per cui Dio è un scoiattolo che compare quando ne hai più bisogno, e va divorato in fretta, senza pensarci su.
La performance di Di Caprio, in gran parte (la parte migliore) quasi muta, non andrebbe oltre la sensazione dell’effetto speciale, ben assecondato ma costruito, se non fosse che il film, pur insistendo sull’aspetto estremo della lotta per la sopravvivenza – col racconto visivo delle più ardite pratiche chirurgiche e gastronomiche -, non lascia che il dolore fisico del protagonista superi lo strappo dell’anima, stringendoli in un unico nodo. Il personaggio di Hawk, di cui non c’è traccia nel libro di partenza né nella documentazione storica su Hugh Glass, è un’invenzione utilitaristica ma, in fondo, necessaria per scaldare la motivazione del protagonista e farne un “Gladiatore” dei ghiacci.
Ad un cuore narrativo pulsante, benché a dir poco basilare, primitivo come l’ambiente geografico e umano in cui è ambientato, Inarritu accompagna un’estetica di sangue misto, che combina, da un lato, un’immersione letterale nella natura e nel western iperrealista e, dall’altro lato, un immaginario sentimentale sopra le righe, non proprio originale. In materia di dialogo come d’immagine e persino di colonna sonora, non manca, infine, qualche retorica di troppo (“Non ho paura di morire: sono già morto” è una battuta che andrebbe bandita causa abuso).
Ai confini del mondo, il messicano Inarritu non incontra né Herzog né Malick: ritrova le proprie convinzioni cinematografiche, rinnova l’arte dello sfoggio, ma la semplificazione degli attori in gioco e la potenza dello spazio scenico, temperando il narcisismo, operano a vantaggio del film.” (Marianna Cappi– mymovies.it)

The danish girl: La storia d’amore ispirata dalle vite degli artisti Lili Elbe e Gerda Wegener a Copenaghen nel 1920. Il matrimonio e il lavoro di Lili e di Gerda si evolvono seguendo il viaggio di Lili che è stato un pioniere del transgenderismo. (www.trovacinema.it)

“Per una storia di un corpo che si trasforma Hooper sceglie l’incorporeità; per un racconto di uno spirito intrappolato in una gabbia fisica che non riconosce come propria, sceglie di concentrarsi sul primo e trascurare la seconda. Il travaglio e la lenta presa di coscienza di Einar Wegener di voler diventare Lili Elbe, passa tutta per lo specchio dell’anima, per gli occhi e il volto di Eddie Redmayne e non per il suo corpo. I movimenti che Einar trasferisce ad Elbe, che impara dalle altre donne e che si sente obbligato ad assumere, sono solo una piccola parte del film, la prima. Quando però l’esigenza di essere donna cresce e si fa potente, i corpi e la carne scompaiono. Paradossalmente più diventano protagonisti, cioè più la mutazione deve diventare fisica, meno si vedono e più sono i volti ad essere inquadrati, i lineamenti che si addolciscono e le espressioni che si fanno tenui, quasi virginali in un tripudio anche eccessivo di recitazione e assoli.
Si tratta di una vera e propria festa per Eddie Redmayne, attore espressionista dalle tinte forti che qui spazia e dà il proprio meglio con un non trascurabile compiacimento nell’interpretare quello che, per antonomasia, viene considerato un grande ruolo, uno di pura mimesi e mutazione. Eppure, accanto a lui, meno sotto i riflettori ma capace di guadagnare da sola l’attenzione del film sta Alicia Vikander, attrice meno nota e meno premiata di Redmayne, che con un personaggio non protagonista riesce a determinare le sorti di ogni scena. Senza pretendere il proscenio è attraverso i suoi piani d’ascolto e attraverso le molte maniere in cui rende la propria subalternità che il film vive i suoi momenti più onesti. Alla fine è lei, da una parte, il vero motore emotivo di questa storia e non il protagonista sempre inquadrato.”
(Gabriele Niola – mymovies.it)

Il grande dittatore: Un barbiere ebreo è scambiato per Adenoid Hynkel, dittatore di Tomania, e in questa veste pronuncia un discorso umanitario. Satira penetrante e persino preveggente del nazifascismo in cui Charlot si sdoppia nel piccolo barbiere ebreo e nel dittatore Hynkel (Hitler): l’uno appare come l’immagine un po’ sbiadita del vagabondo; l’altro ne è, per certi versi, il negativo. Primo film parlato di Chaplin. Da un dialogo ridotto all’essenziale (Charlot non può parlare) si passa, nel finale, all’invadenza della parola. (www.trovacinema.it)

“”Il tuo silenzio, corpo maciullato/ha una voce, la voce di una causa/che non conosce morte, di un cammino/di libertà che non conosce soste./Oggi ti uccide il tradimento, eleva/le barricate di odio e di terrore./Ma la tua morte, che è la tua vittoria,/oltre i tanti altri corpi martoriati,/al di là delle sbarre del tuo carcere,/apre un varco per te, ti rende libero”. Chaplin scrisse questa poesia in un quaderno di appunti mentre in Spagna infuriava la guerra civile. Come avrebbe potuto tacere quando la lucida follia nazista rischiava di asservire a sé l’Europa e il mondo? Anche se in seguito ebbe a dichiarare: “Se avessi saputo com’era spaventosa la realtà dei campi di concentramento, non avrei potuto fare Il grande dittatore, non avrei trovato niente da ridere nella follia omicida dei nazisti”.
Forse non tutti sanno che solo 4 giorni separavano la data di nascita di Adolf Hitler da quella di Charlie Chaplin che lo aveva preceduto nel venire al mondo. Il biografo del regista, David Robinson, riferisce che quando indossava la divisa del dittatore sul set Charlie diventava improvvisamente più esigente e dispotico pur rendendosene conto. Misteriosa attrazione degli opposti? Sta di fatto che il film è uno dei capolavori chapliniani per la capacità che ha di cogliere il senso di frustrazione di Hynkel (soprattutto quando è a confronto con il suo sodale Napaloni) che si risolve nel bisogno costante di trovare qualcuno da umiliare (si pensi alla gag dei bottoni). La scena del mappamondo è una di quelle che restano in maniera indelebile nella memoria di chiunque abbia visto il film così come la struttura della prima parte (dopo il prologo bellico) in cui si alternano i due personaggi. Abbiamo così modo di assistere, con un divertimento che invita alla riflessione, alle vicissitudini del barbiere ebreo contrapposte alle sfuriate e ai discorsi espressi con suoni gutturali ed onomatopeici dal dittatore.
Il discorso finale finisce poi con il sintetizzare la visione del mondo chapliniana. Se Charlot era una vittima capace anche di vendetta nei cui occhi brillano lampi di malizia l’applauso che accompagna l’accorato appello del dittatore/barbiere lascia qualcosa di più di un sospetto che non si tratti di convinzione ma soltanto di adesione quasi pavloviana. Come il Vagabondo anche il suo creatore credeva nell’umanità ma ‘con misura’.” (Giancarlo Zappoli – mymovies.it)

Joy: La storia turbolenta di una donna e della sua famiglia attraverso quattro generazioni: dall’adolescenza alla maturità, fino alla costruzione di un impero imprenditoriale che sopravvive da decenni. Tradimento, inganno, perdita dell’innocenza e pene d’amore sono gli ingredienti di questa storia e saranno un punto di riferimento sia nella vita privata sia nell’ambito professionale. Gli alleati diventano nemici e i nemici diventano alleati, sia dentro che fuori la famiglia, ma il lato più intimo di Joy e la sua fervida immaginazione la aiutano a superare i problemi con cui si dovrà scontrare. (www.trovacinema.it)

“Mettiamola così: Joy è un film di David O. Russell in tutto e per tutto. Famiglie disagiate e figlie del loro tempo (in questo caso i late 80s e early 90s, dominati dalla tv che trasmette improbabili telenovelas), un andamento nervoso perché ormai è quella la cifra del regista, una interpretazione centrale che urla ‘nomination all’Oscar’.
La poetica d’autore è riconoscibile e salva, per chi se lo stesse chiedendo. Il regista stesso pare ormai ossessionato seriamente nel voler raccontare storie americane radicate in un determinato periodo: sarebbe interessante vedere come se la cava adesso con una storia ‘contemporanea’ alla Il Lato Positivo. Ma stiamo andando oltre Joy.
Il fatto è che è lo stesso O. Russell sembra voler portare pubblico e critica a fare certi ragionamenti. Altrimenti perché avrebbe trasformato Joy in una favola che ha il sapore di una sempreverde parabola americana? Più che American Hustle, è paradossalmente The Fighter che ‘parla’ direttamente con Joy: il Sogno Americano è lì. Entrambi vogliono parlare all’America di oggi, in fondo.
Joy è a tutti gli effetti una storia esemplare, in cui non può sfuggire a nessuno il fatto che l’eroe di turno è una donna. Madre di famiglia, separata dal marito con cui ha comunque ottimi rapporti (stanno meglio assieme oggi che ieri), grande lavoratrice, energica: è così che David O. Russell vede Joy Mangano, la vera inventrice del Miracle Mop, il mocio che oggi usiamo tutti.
Joy si è creata il suo futuro e il suo posto nel mondo, ma prima deve passare attraverso il complicato inferno del business. E Joy non ha mai fatto business in vita sua, ergo… Però la determinazione e la caparbietà vincono su tutto. Una grande dose di intuito e intelligenza poi certo non guastano. Più esemplare di così…” (Gabriele Capolino – cineblog.it)

Anche per la stagione 2015-2016 il Cinema Margherita propone la Tessera Acec Marche. La tessera costa € 5, permette di avere 5 ingressi ridotti, più uno in omaggio, ed è utilizzabile in tutte le Sale Acec Marche.

Anche per la stagione 2015-2016 il Cinema Margherita propone la Tessera Acec Marche. La tessera costa € 5, permette di avere 5 ingressi ridotti, più uno in omaggio, ed è utilizzabile in tutte le Sale Acec Marche.

Ingressi: € 6,50 interi, € 5,00 ridotti
Ingresso universitari: € 4,00
Ingresso Frammenti di festival € 5,00 ingresso unico

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